Dati editoriali
- Nota di copertina
1 Nota di copertina
Abbiamo assistito in questi ultimi anni a una sorta di “mea culpa” recitato dal mondo cinematografico nordamericano e quindi alla conseguente proposta di nuove opere che cercano – alcune ottenendo risultati validi e convincenti – di presentare una visione del West, dei cowboy, degli indiani e della Frontiera in generale, che sia al di fuori da quella oleografia scintillante, ricca di fronzoli e di veri e propri tic ambientali cui l’industria di Hollywood purtroppo ci aveva abituati. Benché qui si debbano scrivere poche note di presentazione a una realizzazione discografica, il richiamo al cinema è d’obbligo perché è da ritenersi proprio il cinema la causa prima e principale di un generale travisamento della realtà storica, in tutte le sue componenti, anche coreografiche, cui il mondo del cowboy è stato sottoposto, con tutte quelle assurdità culturali che il fatto ha comportato, compreso l’aspetto musicale. È comunque doveroso sottolineare che se il cinema è giunto solo in questi anni ad affrontare con serietà d’intenti il mondo del West americano, dischi come questi che presentiamo sono già stati incisi da parecchio tempo, anche se poi non hanno goduto di quella diffusione e di quella penetrazione a livello di grande pubblico di cui da tempo gode invece il cinema.
Ben diverso è perciò l’aspetto del canto cowboy, così come si rivela all’ascolto di queste incisioni, rispetto a certe stereotipate interpretazioni di gruppi folkloristicamente addobbati o di singoli cantanti a suo tempo spacciati come autentici interpreti dei canti della Frontiera. Immediatamente alcuni elementi qualificanti si impongono all’attenzione dell’ascoltatore, e primo fra tutti la mancanza di accompagnamento strumentale. In effetti la romantica figura del cowboy che segue la mandria cavalcando, con una chitarra appesa alla sella o che alla sera accanto al fuoco strimpella una melensa melodia appartiene appunto a quel genere di creazioni popolareggianti che poco hanno a che vedere con la realtà: pochi tra i cowboy sapevano suonare uno strumento e non molto diffusa era la chitarra, in verità piuttosto ingombrante, comune invece presso i vaqueros messicani. Era più facile trovare lo scacciapensieri, l’armonica a bocca e – ma anche in questo caso assai di rado, ancor più che la chitarra, benché tenuto in grande considerazione – il violino, tra l’altro validissimo strumento per accompagnare i balli. Storicamente, comunque, si può affermare che il canto cowboy è essenzialmente un canto eseguito senza accompagnamento strumentale e che quindi come tale poggia tutte le sue capacità espressive sulle sole capacità del cantante. Inoltre il canto cowboy è un canto prettamente solistico, che ammette l’intervento di un coro in via generale quasi esclusivamente in alcuni ritornelli.
Altro elemento di rilievo è il modo in cui il canto viene eseguito, sia come emissione vocale che come pronuncia delle parole. Se per la pronuncia – nella quale è soprattutto evidente il marcato arrotamento della erre – ci troviamo davanti a un elemento che può mutare almeno in parte da zona a zona, in funzione del luogo d’origine o di lavoro del cowboy, per quanto riguarda l’emissione della voce le variazioni sono meno sensibili ed essenzialmente rientrano in due schemi distinti. Si può avere un canto a voce bassa, quindi sussurrato, una sorta di soliloquio, oppure un canto che è quasi gridato, in modo che i cowboy possano udirsi da una parte all’altra della mandria. Sempre però si cerca un’emissione che sia di gola o caso mai di testa, mai di petto, e ciò perché in tal modo è più facile controllare la voce e tra l’altro si richiede minor sforzo e minor tecnica. Indubbiamente gran parte del fascino che è proprio del canto cowboy risiede proprio in questa due particolarità, in fondo tra loro complementari, e dove le inflessioni, le pause, gli accenti, le elisioni acquistano immediato significato espressivo e che – come ben sanno tutti coloro che si occupano di musica popolare – sono elementi che non è possibile trascrivere su carta e quindi solo la registrazione sonora può trasmettere. Si noteranno altresì peculiari ritornelli, del tipo di quello presente in The Dally Roper’s Song, fatti di sillabe senza senso (cum a ti yi yipi yipi ay) e che in effetti ricalcano particolari rischiami per il bestiame e che vengono non propriamente cantati ma più realisticamente gridati. Ovviamente per questi non esiste un’esecuzione universalmente valida, ma ogni interprete li esegue a modo suo e come tale è funzione diretta del suo modo di fare uso di questi richiami durante il lavoro: l’aggancio con la realtà e la prassi quotidiana è qui straordinariamente diretta e immediata. Più in generale si può dire che la voce stessa dell’interprete – e quindi il suo tipo di emissione – è in definitiva condizionata da questo uso “di lavoro” che egli giornalmente fa della propria voce. Resta comunque costantemente aperto un ampio discorso di improvvisazione, sia musicale sia testuale, dove di volta in volta a seconda del momento e dello stato d’animo o anche della memoria e della fantasia dell’esecutore, ogni cambiamento è possibile: con questo aspetto siamo di fronte a quello stato di fluidità che è di tutta la cultura popolare. Possiamo affermare che ciò che ascoltiamo in questi dischi è in realtà un “unicum” irripetibile.
Una realtà storica più generale ha condizionato il canto cowboy. Una realtà che potremmo indicare come la mancanza di una vera e propria tradizione. È un aspetto peculiare di tutta la cultura cowboy, che è sorta, si è sviluppata e si è esaurita – almeno nella sua realtà più viva – in un lasso di tempo relativamente breve: potremmo parlare di cinquanta o sessanta anni, dagli anni Quaranta del secolo scorso [l’Ottocento] fino all’ultimo decennio dello stesso secolo, quando i pascoli vennero definitivamente cintati e la penetrazione della ferrovia cancellò quella che era forse l’attività culturalmente più caratterizzante e condizionante della vita del cowboy, cioè la guida delle mandrie sulle lunghe distanze. A ciò si aggiunga che questo avveniva nell’ambito di gruppi di uomini di origine alquanto eterogenea. In tal modo in questa cultura sono confluiti elementi diversi – gran parte della tecnica del lavoro, per esempio, è di derivazione messicana, sia pure, all’atto pratico, poi modificata in funzione delle condizioni ambientali contingenti -, elementi che però non hanno avuto il tempo di subire quel ciclo evolutivo di unificazione che li avrebbe immessi in una “tradizione” vera e propria.
Per quanto riguarda i canti, essi sono – soprattutto per la parte musicale – in gran parte non autoctoni, ma importati: si sottolinea per esempio la massiccia presenza di materiale irlandese, a seguito della rilevante immigrazione negli Stati Uniti di irlandesi, avvenuta nella metà dell’Ottocento come conseguenza di una spaventosa carestia che aveva colpito l’Irlanda. È probabilmente per questo che il canto cowboy pone l’accento soprattutto sulla parte letteraria e molto meno su quella musicale, ed è ancora per questo che col tempo si segnalano i nomi di alcuni autori “poeti” cowboy. Nelle parole dei canti, infatti, il cowboy aveva modo di operare un immediato riscontro con la propria realtà (indicativa è da questo punto di vista l’abbondanza di termini strettamente tecnici), mentre per la musica non si è avuto a disposizione il tempo necessario per dare vita a un linguaggio che fosse autonomo, e perciò ci si è rifatti a modelli già esistenti (la grande ballata europea, tra gli altri). Comunque, anche se non ci sono gli elementi necessari per considerare con rigore scientifico e senza remore il canto cowboy come manifestazione di una musica popolare tradizionale, pure in esso figurano aspetti che indubbiamente sono propri di quella: nascono sostanzialmente come prodotto di una comunità, sono cantati su un vasto territorio, subiscono modificazioni, si diffondono soprattutto oralmente e – come già sottolineato – hanno un rapporto diretto ed essenziale con la realtà della vita del cowboy. Mancano, è vero, veri canti di lavoro (il che è piuttosto rilevante se si considera che siamo di fronte a comunità di lavoratori), cioè canti legati strutturalmente al lavoro stesso, ma ciò dipende dalla particolare attività degli stessi lavoratori, dove è assente l’elemento meccanico – ad esempio marcatamente presente tra i marinai della vela – sulla cui iterazione è possibile costruire la scansione di un canto.
Oggi il canto cowboy, dopo avere resistito in forma abbastanza integra fino alla Prima guerra mondiale, appare irrimediabilmente destinato a scomparire, anche se qua e là sopravvivono “oasi” nelle quali ancora è reperibile. La vita di quelli che sono i moderni cowboy, a diretto contatto con una civiltà consumistica e tecnologicamente avanzata e con i mass-media che culturalmente li condizionano, non presenta quelle condizioni necessarie perché il discorso iniziato nel secolo scorso possa evolversi e proseguire.
Alberto E. Paleari